Le Cassini

Un’immersione sulla nave francese affondata quasi cento anni fa nelle Bocche di Bonifacio. Un relitto che pochi hanno visitato, carico di storia ma anche di mine, e con una inconfondibile prua che affiora dalla sabbia del fondo. Saltò in aria nel 1917 trascinando con sé 105 marinai e il comandante, il Capitano di fregata Charles Lacaze

 

Il mare era un olio, come raramente capita. Eppure ci stavamo dirigendo nel mezzo delle Bocche di Bonifacio, tra Sardegna e Corsica, zona di venti, di correnti, di maestralate che spesso imbiancano il mare. Invece, per nostra fortuna, la giornata si stava rivelando perfetta. Eravamo lì per immergerci sulla Cassini, una nave posamine francese affondata nel lontano 1917, durante la Prima guerra mondiale. La Cassini, uno dei pochissimi relitti conosciuti della “Grande Guerra” nel Mediterraneo, era stata ritrovata da poco tempo ed era ancora sufficientemente ben conservata nonostante i quasi cento anni passati sott’acqua. Un relitto sul quale pochissimi sono potuti scendere sia per le difficoltà tecniche, data la profondità di 75 metri, che per la collocazione al limite delle acque territoriali italiane, in un punto di intenso traffico marittimo e per questo formalmente vietato alle immersioni.

L’idea di scendere sulla Cassini era venuta in mente già qualche mese prima ad Andrea Cappa e a Simone Nicolini, i due Regional manager per l’Italia di UTD, la nuova didattica subacquea americana, e l’occasione si era presentata durante la Technical week UTD organizzata nel maggio 2015 a Poltu Quatu, in Sardegna, presso la struttura di Orso Diving. Ed era stato proprio Corrado Azzali, patron del diving sardo, ad occuparsi di tutta l’organizzazione, comprese le necessarie autorizzazioni della Capitaneria di Porto dell’isola di La Maddalena.

Di buon mattino, carichiamo sull’Orso Cat, il veloce catamarano da 12 metri del diving, tutto il “bombolame” necessario, che non è poco: per ciascuno dei tre subacquei che si immergeranno, un bibo da 18 litri caricato con Trimix ipossico 15/55 e tre decompressive, rispettivamente con Helitrox 35/25, Nitrox 50 e ossigeno puro. Inoltre, per eventuali emergenze, altre bombole saranno calate in mare agganciate alla stazione decompressiva a due livelli che Luca Magliacca, responsabile di Orsodiving per le immersioni tecniche, metterà in acqua per facilitare la decompressione.

Quaranta minuti di navigazione e giungiamo sul posto. Per mezzo del GPS e dell’ecoscadaglio, la ricerca del relitto è questione di pochi minuti: appena le tipiche “creste” appaiono sullo schermo dello strumento, Luca lancia il pedagno marcando il punto e siamo subito tutti in acqua. Un rapido check-dive e iniziamo la discesa lungo la cima del pedagno; la corrente è piuttosto debole, ma se anche dovesse aumentare potremmo contrastarla con i nostri scooter.

Già a circa 35 metri cominciamo a vedere una massa scura, lì in basso. L’acqua è limpidissima e quando, dopo pochi secondi, riusciamo a cogliere con lo sguardo l’intero relitto, ci rendiamo conto che l’unica parte praticamente intatta è la prua con la sua stranissima forma a falce che avevamo già notato nelle fotografie storiche, mentre il ponte della nave, devastato da una serie spaventosa di esplosioni, è staccato dalla prua e pieno di rottami contorti.

 

Mentre planiamo sul fondo a poco più di 70 metri non possiamo non pensare alla tragedia che si è compiuta quasi un secolo fa, quando una mina tedesca, o forse un siluro, colpì la Cassini facendo esplodere anche tutto il carico di mine che la nave trasportava, ed uccidendo in pochi minuti ben 106 dei 140 membri dell’equipaggio. 

 

Ci soffermiamo sulla prua sulla quale è appoggiata ancora una grossa ancora, e ci accorgiamo che dal lato della chiglia la corrente dominante da Maestrale, di solito piuttosto sostenuta, ha accumulato negli anni una grande duna di sabbia, mentre dal lato opposto il fondale è fortemente scavato a causa del risucchio. Trascinati dagli scooter, esploriamo il resto del relitto: si intravedono alcuni dei cannoni di cui l’unità era dotata, un argano, ma il ponte è stato completamente sventrato dall’esplosione. 

Tra la devastazione svetta uno dei bracci che sostenevano le scialuppe di salvataggio, sul quale sono rimaste impigliate delle reti da pesca. 

Vediamo parecchi particolari ma non tocchiamo nulla: per rispetto, non solo perché la legge lo vieta.

Ma, nonostante la tragedia, il mare ha trasformato il relitto in un luogo pieno di vita, di gorgonie, di alcionari e perfino di bellissimi Astrospartus, le “stelle gorgoni” che a questa profondità, grazie alla scarsa illuminazione, prosperano, mentre tutto il relitto è avvolto da una nuvola di Anthias che brillano del loro rosso fiammeggiante sotto i fasci delle nostre lampade.

I venticinque minuti di fondo concessi dai nostri apparecchi a circuito aperto finiscono quasi all’improvviso quando Andrea, che guiderà la risalita, ci chiama portandoci verso il primo deep stop a 51 metri. 

Settantacinque minuti di decompressione, pianificati con la Ratio Deco UTD, non sono certo pochi, ma durante le soste ripensiamo allo spettacolo al quale abbiamo avuto il privilegio di assistere. 

E appena fuori dall’acqua, tolti gli erogatori di bocca, ci diciamo all’unisono: “Ragazzi, dobbiamo tornarci!”. 

In omaggio ai caduti di questa grande tragedia del mare.

relitto le Cassini
Prua relitto le Cassini
nave Le Cassini

La nave in breve

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